Italian English French German Portuguese Russian Spanish

dona ora

Sono lacrime silenziose: donne, disabilità e violenza

  • Martedì, 27 Novembre 2018
  • Condividi su:
Sono lacrime silenziose: donne, disabilità e violenza

Sul numero 27 della nostra rivista, Morfologie, un estratto dello speciale a cura di Serena Mingolla dà voce alle donne disabili vittime di violenza.

Avevo solo sei anni e mi stavo per addormentare. Gli chiesi se potevo andare a letto e lui mi rispose “Oh “ti porterò io a letto”. Mi guardò mentre mi svestivo, mi toccava, mi guardava mentre ero in bagno, a quel punto se lo tirò fuori. E ho dovuto fare un gioco con lui. Non sapevo cosa fosse perché avevo solo sei anni. Lui sapeva che ero molto giù così mi minacciò di non dirlo a nessuno”.

Il nostro viaggio nel mondo della violenza contro le donne disabili parte da lontano, da Sydney per l’esattezza, dove la fotografa australiana Belinda Mason, insieme a tre artisti con disabilità – Dieter Knierim, Margherita Coppolino e Denise Beckwith – ha realizzato una esposizione di opere che ritraggono 75 donne provenienti da ogni parte del mondo. Alcune di queste donne sono disabili a causa di violenze subite, molte altre, la maggioranza, sono disabili che hanno subito abusi fisici, sessuali o psicologici. Dal 2015 ad oggi, la Mason ha fotografato e raccolto testimonianze da 5 continenti e 18 Paesi incluso Australia, Nuova Zelanda, Samoa, Korea, India, Pakistan, Indonesia, Guatemala, Messico, Ecuador, USA, Canada, West Africa, Mali, Sud Africa, Germania, Italia e Olanda. Un campione di tale portata fa capire l’entità del fenomeno anche più dell’ormai famoso hashtag #metoo (anche io). “La violenza sessuale e psicologica sulle donne, anche quelle disabili, è un fenomeno universale, come testimonia l’ampiezza della casistica che abbiamo rappresentato – ci dice la Mason”. “La narrazione – spiega Belinda – rappresenta un importante punto di partenza del processo di guarigione ed è anche una delle principali componenti delle politiche per la prevenzione della violenza contro le donne con disabilità. SilentTears (Lacrime silenziose) vuole diventare una piattaforma per condividere queste narrazioni e per renderle più forti. Questo processo di esternazione rende reali le esperienze anche per gli altri e permette di far crescere la consapevolezza di questo problema. Alle donne viene inoltre data la opportunità di raccontare senza dover rispondere a domande di sorta o interrogatori, un approccio che permette di superare le barriere che spesso bloccano le vittime dal denunciare. L’obiettivo del progetto è rompere il muro di silenzio che circonda le vittime”. Dopo aver esposto anche a Venezia in concomitanza con la Biennale a luglio 2017, il progetto è ora pronto per l’America dove sarà presentato nel mese di febbraio 2018 alla Columbia University di New York.

Il fenomeno degli abusi su donne disabili in Italia

La fotografia che ci restituisce l’ultima indagine Istat disponibile, relativa al 2014, ci parla di dati a dir poco allarmanti. Quasi una donna su tre ha subito violenza fisica o sessuale almeno una volta nella vita, ma la percentuale sale al 70% in presenza di qualche tipo di disabilità. 6 milioni 788 mila donne hanno subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale, il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni: il20,2% ha subìto violenza fisica, il 21% violenza sessuale, il 5,4% forme più gravi di violenza sessuale come stuprie tentati stupri. Sono 652 mila le donne che hanno subìto stupri e 746 mila le vittime di tentati stupri. Le donne con disabilità, vivono una condizione di discriminazione multipla, determinata dal genere e dalla disabilità, sono sottoposte a violenza per periodi di tempo significativamente più lunghi; la violenza su di loro assume molte forme e vi è una ampia gamma di autori diversi che la perpetuano rispetto alle donne senza disabilità. Se approfondiamo il dato relativo alla situazione delle donne con problemi di salute o disabilità vediamo che ha subìto violenze fisiche o sessuali il 36% di chi è in cattive condizioni di salute e il 36,6% di chi ha limitazioni gravi. Il rischio di subire stupri o tentati stupri è doppio (10% contro il 4,7% delle donne senza problemi di salute). Il binomio violenza e disabilità, quindi, è un fenomeno consistente di cui si parla poco e si ha poca cognizione. Ma perché questi numeri così elevati? Lo chiediamo a Rosalba Taddeini, psicologa di Differenza Donna, Associazione che gestisce numerosi centri antiviolenza nel Lazio, nata con l’obiettivo di raccogliere e sostenere tutte le donne, nessuna esclusa. “Per noi è chiaro – ci spiega la Taddeini – che l’abuso e la violenza sessuale hanno a che fare con l’esercizio del potere oppressivo e non con la libido ed il piacere. Il potere oppressivo viene esercitato soprattutto su donne più vulnerabili e la vulnerabilità aumenta se le donne vivono condizioni di emarginazione, esclusione, segregazione, dipendenza”. Differenza Donna ha realizzato una indagine nel 2016 per comprendere come veniva affrontato questo fenomeno dagli operatori del settore socio sanitario. “Ci siamo accorte che le donne con disabilità non arrivavano mai ai nostri centri antiviolenza – dice la Taddeini – e quindi siamo andate noi dagli operatori socio sanitari per capire quale fosse il problema. Abbiamo scoperto che c’è un forte pregiudizio tra gli operatori e che, anche quando vengono a conoscenza di una situazione di violenza, tendono a risolvere tutto all’interno dell’equipe di lavoro senza consigliare alla vittima di rivolgersi ad un centro antiviolenza”. Questa tendenza a sminuire il problema deriva in gran parte dal fatto che alla donna disabile, nell’immaginario collettivo, non viene riconosciuto una sessualità, il fatto di essere oggetto di desiderio sessuale e quindi anche oggetto di violenza sessuale. Eppure questa è una distorsione della realtà, un tabù che non corrisponde a ciò che poi realmente accade. “Le donne ci raccontano – continua la Taddeini – di adescamenti attraverso canali social da parte di uomini interessati a conoscerle per le loro disabilità, chiedono loro di mostrare foto che ritraggono le amputazioni e/o malformazioni o gli ausili come protesi o sedie a rotelle. Ciò che le colpisce è l’ossessione verso le amputazioni o verso la disabilità”. Cosa andrebbe fatto per migliorare questa situazione? Secondo Rosalba Taddeini “intanto dovremmo prevedere la formazione e una sensibilizzazione rispetto al tema. Molte di queste donne hanno una forte medicalizzazione il che può e deve essere un elemento positivo di monitoraggio della loro salute. Abbiamo incontrato donne che in un anno si sono recate 15-20 volte al pronto soccorso con stati d’ansia e depressione: un numero così elevato di referti dovrebbero far percepire che qualcosa non funziona e quindi attivare indagini mirate. Se gli operatori non hanno le conoscenze e la sensibilità necessarie non sono in grado di far emergere il fenomeno”.

Chiedere aiuto: gli ostacoli e le difficoltà

Alcune domande sono obbligatorie quando si parla di violenza e disabilità: ci sono percorsi facilitati perché le donne siano messe nelle condizioni di chiedere aiuto, fuggire, o reagire alla violenza? La risposta è verosimilmente no. La strada per essere assistite in questi casi pare piuttosto un percorso ad ostacoli, a partire dai centri in cui una donna con disabilità può accedere per una semplice visita ginecologica. Di questo tema parla una interessantissima indagine del 2013 realizzata dal Gruppo Donne UILDM – Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare che mette in evidenza barriere architettoniche, di servizio e mancanza di un approccio specifico alla disabilità. “La nostra indagine ha riguardato l’accessibilità di diversi centri ginecologici in varie regioni italianecosì come rilevata delle nostre volontarie–ci spiega Valentina Boscolo Cegion del Gruppo Donne UILDM – e questo vale anche per molti centri antiviolenza”. Chiedere aiuto, poi, non è sempre facile anche perché la violenza non è mai solo fisica. “In base alle numerose testimonianze raccolte – continua Valentina –, abbiamo riscontrato una diffusa tendenza alla prevaricazione e alla pressione psicologica. Chi ha una disabilità (uomo o donna che sia) è spesso assistito dai propri familiari o da estranei a cui le famiglie ne affidano la cura. Quando la prevaricazione avviene in questi rapporti interpersonali, e succede con molta frequenza, non è facile venirne fuori anche a causa della limitata vita sociale che la disabile ha all’esterno”. Molto spesso le persone vedono nella disabilità un modo per esercitare il proprio potere, e vedono nella vulnerabilità dell’altro aumentare il loro senso di forza. Poi ci sono tutti i fattori che hanno a che fare con la dipendenza emotiva, sociale, dal partner, dai professionisti, o fattori legati al fatto che alle persone con disabilità viene spesso insegnata la condiscendenza, per meglio gestirle.

La legge per la vittima vulnerabile: meglio tardi che mai

Per fortuna recentemente la legge italiana si è accorta dell’esistenza del fenomeno della violenza sulla “persona vulnerabile”. Solo a gennaio 2016, infatti, è entrato in vigore il decreto legislativo n. 212 del 15 dicembre 2015, che ha recepito all’interno del nostro ordinamento la Direttiva n. 29 del 25 ottobre 2012, sulle norme minime in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato. Il nuovo provvedimento – adottato un mese dopo la scadenza fissata dalla Direttiva per la sua trasposizione – apporta alcune modifiche al Codice di procedura penale e alle relative norme di attuazione, conferendo alla persona offesa – specialmente a quella vulnerabile – importanti diritti e poteri, ottemperando a quanto richiesto da tempo e a gran voce dall’Unione Europea. Il provvedimento affronta diversi aspetti: il diritto della vittima all’informazione, il diritto di accedere ai servizi di assistenza, il diritto di partecipare al procedimento penale e, infine, il diritto di ricevere protezione, individualizzata a seconda di eventuali, specifiche esigenze di tutela. Rilevanti sono anche le modifiche che rafforzano la tutela della vittima particolarmente vulnerabile durante la sua audizione, sia durante le indagini, che in incidente probatorio o in seno al dibattimento. In questo senso, viene modificato l’ultimo comma dell’art. 134 c.p.p., che ora consente – anche al di fuori dei casi di assoluta indispensabilità – la riproduzione delle dichiarazioni della persona offesa in condizione di particolare vulnerabilità; è prescritto alla polizia di assicurarsi che la persona offesa specialmente vulnerabile, durante l’audizione, non abbia contatti con l’indagato e non venga chiamata più volte – salvo assoluta necessità – a deporre. Altre significative novità vanno dalla possibilità di adottare modalità protette durante l’audizione della vittima particolarmente vulnerabile alla immediata informazione, qualora ne abbiano fatto richiesta, sulla scarcerazione, cessazione della misura di sicurezza detentiva, l’evasione dell’imputato in custodia cautelare o del condannato. Purtroppo però, ancora (e inspiegabilmente), il fatto che la violenza o il crimine in generale sia commesso ai danni di una donna disabile non costituisce aggravante di reato come avviene in caso di minorenni e donne in gravidanza.

 

Documenti allegati

Condividi sui Social Network

APMAR

Sede Operativa:
Via Miglietta, n. 5
73100 Lecce (LE)
c/o ASL LECCE (Ex Opis)
Tel/Fax 0832 520165
Email: info@apmar.it 
PEC: apmar@legalmail.it
C.F.: 93059010756 
P.I.: 04433470756

Privacy policy



dona ora