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Nel cervello la memoria del dolore

  • Martedì, 22 Gennaio 2019
  • Autore: Serena Mingolla
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Nel cervello la memoria del dolore

Serena Mingolla intervista il Professor Franco Marinangeli, Direttore Istituto di Anestesia, Rianimazione, Terapia Intensiva e del Dolore presso l'Università degli Studi di L’Aquila e Coordinatore dolore e cure palliative SIAARTI (Società Italiana di Anestesia, Analgesia, Rianimazione e Terapia Intensiva).

Prof. Marinangeli, il dolore ha luogo nel cervello?

Il dolore viene trasmesso come impulso elettrico dalla periferia al midollo spinale e poi, attraverso di esso, al cervello. Nella corteccia celebrale ne prendiamo coscienza. Il cervello è il punto di arrivo del dolore e, all’interno del sistema nervoso centrale, quell’impulso subisce importanti modificazioni. Se non agiamo subito sul dolore, per esempio nel caso di una patologia cronica, già dopo alcune ore o dopo alcuni giorni, il sistema nervoso centrale subisce delle modificazioni plastiche, strutturali, che lo rendono ipersensibile; un paziente che subisce un continuo stimolo doloroso comincerà a percepire sensazioni molto più amplificate di quelle che dovrebbe avere e, se non si interviene con un trattamento precoce, andrà incontro a un dolore sempre più intrattabile, nonostante farmaci potenti. A causa di questi processi, che possono essere ricondotti ad una sorta di “memoria del dolore”, quello che è considerato un sintomo (un avviso di pericolo per l’organismo) diventa una malattia a sé stante che deve essere trattata a prescindere dalla patologia di base.

Quanto è importante non far sentire dolore a chi ha una patologia reumatica?

Nelle patologie reumatiche il dolore attiva un vero e proprio circolo vizioso: riduce la possibilità di riabilitazione, ostacola la mobilità delle articolazioni e quindi, di fatto, contribuisce a favorire la rigidità e a peggiorare la malattia. Specialmente per i pazienti reumatici è molto importante mantenere le articolazioni attive e continuare l’esercizio fisico che è di per sé una terapia in grado di rallentare la patologia. Agendo precocemente con la terapia del dolore evitiamo fenomeni di sensibilizzazione e di amplificazione, in questa maniera, favoriamo l’attività fisica e il mantenimento in buona salute delle articolazioni.

Perché si legge spesso che l’Italia è indietro per quanto riguarda le terapie del dolore?

Siamo in coda per uso di farmaci analgesici oppioidi, forse ancora dietro ad alcuni Paesi africani; mentre siamo i più grandi consumatori in Europa di farmaci antinfiammatori. Questo ritardo ha motivato la Legge 38/2010 basata sul “diritto a non soffrire”, che ha l’obiettivo di favorire l’accesso alle terapie del dolore e alle cure palliative. La legge contiene una serie di condizionamenti positivi sul medico che deve essere sensibile al problema, deve saper valutare il dolore e trattarlo con tutte le metodologie e i farmaci a disposizione. Nonostante questo, siamo indietro perché da una parte, evidentemente, non c’è la giusta sensibilità della classe medica all’utilizzo dei farmaci analgesici - c’è la cosiddetta “oppiofobia” - dall’altra, stiamo subendo una demonizzazione degli oppioidi da parte dei media che li dipingono troppo spesso come causa di dipendenza. Questa può essere la realtà degli Stati Uniti d’America, dove questi farmaci sono alla mercé di tutti e utilizzati senza controllo, con tutti i problemi che ne derivano. Qui in Italia, invece, non solo non si prescrivono abbastanza, ma abbiamo il vantaggio di un Sistema Sanitario di qualità che prevede un doppio controllo: quello del medico di famiglia prima e dei terapisti del dolore dopo, che fanno una attenta selezione dei pazienti da avviare a questo tipo di terapia.

Abbiamo intervistato delle nostre associate con fibromialgia che stanno utilizzando la cannabis terapeutica e ci hanno parlato del tabù che ancora c’è intorno a questo farmaco. È lunga la strada per poter utilizzarne tutte le potenzialità terapeutiche?

La cannabis è un altro argomento controverso. Noi la stiamo prescrivendo e ne stiamo verificando la efficacia terapeutica e gli effetti collaterali. Si tratta indubbiamente di un’altra arma a nostra disposizione nella lotta al dolore, anche se non è la panacea di tutti i mali, proprio per questo il Ministero sta raccogliendo le informazioni provenienti dai medici per effettuare la opportuna valutazione, non essendoci ancora una letteratura scientifica internazionale esauriente. Per quanto riguarda il suo utilizzo, invece, ci sono due ordini di problemi: ogni regione ha la propria legislazione, in alcune è rimborsata dal Sistema Sanitario Regionale mentre in altre non lo è per specifiche patologie, e non è giusto che ci siano queste differenze. Di fronte al dolore dobbiamo essere tutti uguali. Il secondo problema, altrettanto preoccupante, è la continuità terapeutica dei pazienti che spesso devono interrompere la terapia perché non c’è la disponibilità della Cannabis nelle farmacie. Un Sistema Sanitario ineccepibile rispetto agli altri come il nostro, che supporta i pazienti dal punto di vista della farmaceutica in maniera reale, nel momento in cui liberalizza l’uso della Cannabis deve poterne garantire la quantità tale da permetterne l’utilizzo da parte di tutti i pazienti a cui serve.

Lei si è occupato della gestione del dolore nell’emergenza, si tratta di un settore innovativo per il panorama italiano...

Si pensa sempre al dolore cronico, ma esiste anche il dolore acuto: un paziente che ha un incidente stradale, politraumatizzato, o una persona ustionata, hanno un dolore da trattare già nella primissima fase della emergenza, e si tratta spesso di dolori lancinanti, che lasceranno un segno nel sistema nervoso di quel paziente. Purtroppo, dai dati in nostro possesso rispetto alla fase di trasporto e in pronto soccorso, emerge un quadro sconfortante. C’è da dire che, mentre nel trattamento del dolore cronico siamo molto indietro rispetto agli altri Paesi occidentali, in questo caso, siamo tutti molto indietro, a livello mondiale. Il diritto a non soffrire deve essere esteso a tutte le condizioni dolorose, per questo stiamo lavorando per il trattamento più precoce di questi pazienti e per sensibilizzare sempre di più la classe medica anche su questo fronte.

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