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La medicina narrativa nel percorso di cura

  • Giovedì, 03 Ottobre 2019
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La medicina narrativa nel percorso di cura

Raffaella Arnesano intervista Stefania Polvani, sociologa presso l’Azienda USL Toscana Sud Est, Presidente della SIMEN – Società Italiana di Medicina Narrativa.

 

Le storie di malattia e di cura forniscono un quadro di riferimento per affrontare i problemi di un paziente in modo olistico, e per dare una risposta dialogica alla complessità della salute e della malattia. Offrono un metodo per affrontare aspetti esistenziali come il dolore interiore e morale, la disperazione, la speranza, e accompagnano, ma spesso possono anche fondare, le malattie delle persone. La narrazione fornisce il significato, il contesto e la prospettiva per definire la situazione
del malato; definisce il come, il perché e il modo in cui siamo ammalati. Lo studio delle storie offre la possibilità di sviluppare una comprensione che non può essere raggiunta con nessun altro mezzo.

Stefania, quali passi avanti sta facendo la medicina narrativa all’interno dei percorsi di cura?

La medicina narrativa si affaccia nel nostro Paese come nuovo paradigma culturale più di dieci anni fa. Oggi, a mio avviso, è diventata una metodologia che trova il suo “senso” e il suo “perché” solo se applicata ai percorsi di cura. Dunque, in un momento in cui si parla di medicina narrativa in tanti convegni, io ritengo che questa metodologia fa la sua piccola rivoluzione quando entra negli ambulatori, nei reparti, nei luoghi di cura. Se ciò avviene, significa che gli operatori hanno adottato la metodologia della medicina narrativa, si sono impegnati nella formazione, hanno riconosciuto con sensibilità che la narrazione della storia dei pazienti ha molto a che vedere con il percorso di buona cura. Molto c’è ancora da fare, ma credo che in Italia, negli ultimi anni, si siano visti tanti progressi.

Possiamo considerare la medicina narrativa come terapia e cura?

Possiamo considerarla come “una parte” della terapia. Quando si dice “la parola cura”, non si intende certo che la medicina narrativa può essere da sola una terapia. La medicina narrativa deve essere considerata come una integrazione, quel valore in più che la potenza delle storie può accrescere nella cura.

Cosa deve emergere dal racconto del paziente?

La storia di sé. Se siamo operatori il paziente ci deve raccontare qualcosa di sé, se siamo pazienti dobbiamo raccontare la nostra storia. E il rapporto tra operatore e paziente non deve essere messo a rischio dalla questione del “tempo”. Spesso il tempo, o meglio la mancanza di tempo, diviene un muro che si frappone tra le persone nella relazione di cura, mettendone a rischio perfino la sua ragion d’essere. Per i professionisti che desiderano avvicinarsi alla pratica della medicina narrativa il tempo risulta sempre il principale nemico: dal proprio racconto il paziente dovrà far emergere tutte le informazioni funzionali alla cura, nei tempi possibili, anche i dettagli. E il professionista dovrà fare da facilitatore perché ciò accada. Noi parliamo di professionisti e non certo solo di medici, perché dobbiamo dire sempre a voce alta che la medicina narrativa è di tutti: ciò significa che tutte le persone che possono aggiungere qualcosa alla buona storia di malattia e di cura hanno responsabilità e sono coinvolti a pieno titolo nel percorso narrativo.

Come i dottori percepiscono la medicina narrativa nel percorso di cura del proprio paziente?

Accogliere le storie dei pazienti, per meglio arrivare a comprendere la patologia e le più appropriate scelte condivise di cura, non ci sembra qualcosa di innovativo, ma rappresent semplicemente un recupero, un modo di operare che si è smarrito nel corso del tempo e che attualmente c’è la forte esigenza di ritrovare. In un contesto sociale in continua evoluzione, con malattie poco conosciute, con diagnosi complesse, con terapie e cure sempre più innovative, il recupero della persona e dunque della sua storia è diventato fondamentale per intraprendere i percorsi più aderenti e precisi, “personalizzati” qualcuno preferirebbe dire. La medicina narrativa non è un’innovazione: grazie anche a questo è alla portata di tutti. Oggi i curanti che seguono la medicina narrativa sono molti e sono in aumentando. Il mio auspicio è che un giorno non ci sarà più bisogno di parlare di medicina narrativa perché sarà normale ed acquisito che il percorso di cura sia un percorso anche narrativo.

L’utilizzo della metodologia narrativa presso i Servizi Sanitari Regionali è ancora a macchia di leopardo, ce ne spieghi il perché?

Da tutti i dati emerge che il Servizio Sanitario non è uguale in tutta Italia e già questo renderebbe complessa l’adozione omogenea della metodologia nei Servizi Sanitari Regionali. Detto ciò, la medicina narrativa in molti casi è stata accolta e adottata dove vi è stata l’illuminazione anche di un solo operatore o di un primario che ha saputo e voluto coinvolgere il suo gruppo organizzativo e professionale verso il percorso della medicina narrativa. I progetti spesso sono nati così, dai bisogni quotidiani, dalle volontà individuali e non dalle leggi, per questo la distribuzione non è omogenea. Spero veramente che in futuro la medicina narrativa possa entrare a far parte dei
percorsi di studio universitari per poter formare una classe di professionisti della salute già allenati ad accogliere la forza delle narrazioni per la diagnosi e la cura delle malattie, che si diffondano nel territorio senza differenze.

Chi è più portato al racconto, l’uomo o la donna?

Le pazienti donne sono decisamente molto portate a narrarsi. Nei curanti, gli uomini “narrativi” sono veramente numerosi!

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