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Malattie infiammatorie croniche intestinali: impatto e cambiamento

  • Mercoledì, 29 Agosto 2018
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Malattie infiammatorie croniche intestinali: impatto e cambiamento

Intervista a Claudio Papi, Dirigente Medico I Livello, UOS Malattie Infiammatorie Croniche dell’Intestino, Ospedale S. Filippo Neri, Roma

Le malattie infiammatorie croniche intestinali, ormai largamente conosciute con
l’acronimo inglese IBD, inflammatory bowel diseases, sono un gruppo di patologie
caratterizzate dalla presenza di un processo infiammatorio cronico della parete intestinale ad eziologia sconosciuta. Le due più importanti patologie appartenenti a questo gruppo sono la malattia di Crohn e la rettocolite ulcerosa.
Nel mondo si registra un aumento dei casi relativi a malattie infiammatorie croniche dell’intestino. A cosa è dovuto quest’incremento?
Ci sono due aspetti che sicuramente incidono sul problema: uno è il fatto che si va verso la globalizzazione e la occidentalizzazione di molti Paesi, per cui c’è un cambiamento degli stili di vita e un incremento reale di queste patologie. Il secondo fattore è, invece, il più facile accesso al percorso diagnostico che fa sì che le malattie infiammatorie croniche intestinali vengano diagnosticate con una maggior facilità e più precocemente, con una maggior prevalenza di forme lievi rispetto a quelle severe.
Come possiamo definire “l’impatto” di queste malattie?
Le IBD hanno un notevole impatto socioeconomico e sulla qualità di vita: sono malattie che insorgono prevalentemente in età giovanile e adolescenziale, durano tutta la vita e per le quali non c’è una cura. Le terapie hanno sempre agito prevalentemente sul controllo dei sintomi con scarso impatto sulla storia naturale della malattia che può evolvere verso complicanze che richiedono un intervento chirurgico (almeno il 50% dei pazienti con malattia di Crohn e circa il 10% dei pazienti con colite ulcerosa entro i 10 anni dalla diagnosi) o verso complicanze gravi quali il cancro del colon-retto e, in una piccola proporzione, la mortalità. Le IBD sono patologie ad alto costo (sia costi diretti dovuti principalmente all’ospedalizzazione, alla chirurgia e ai farmaci, sia costi indiretti dovuti principalmente all’assenza dal lavoro per malattia. Una minoranza di pazienti (circa il 25-30% con malattia a decorso aggressivo e severo) assorbe la maggior parte delle risorse economiche. Oggi si parla sempre più di farmaci ad alto costo che sono l’obiettivo più facile dei tagli lineari di spesa. In realtà i farmaci ad alto costo interessano una piccola proporzione di pazienti e per un periodo limitato della loro storia di malattia.
L’innovazione farmacologica coincide con un miglioramento della qualità della vita di questi pazienti?
La qualità della vita è un aspetto che è stato spesso trascurato negli studi clinici e sempre considerato secondario rispetto alla remissione dei sintomi. Da indagini conoscitive condotte sui pazienti affetti da IBD emerge un notevole impatto della malattia sui diversi aspetti della vita lavorativa e di relazione.
Qual è la situazione in Italia?
In Italia non ci sono registri, quindi l’incidenza e la prevalenza della malattia non sono note.
Abbiamo dei dati raccolti dall’Associazione Amici, basati sulle esenzioni, dai quali si evince che ci sono circa 170.000 persone affette da malattie infiammatorie croniche dell’intestino, con una grossa variabilità nelle diverse regioni. Questo dato è probabilmente sottostimato.
Perché in Italia non esiste ancora un registro di pazienti con IBD?
Il perché non lo so. Posso solo dire che se non si ha una perfetta conoscenza dei bisogni, non si può fare una adeguata programmazione sanitaria e una distribuzione delle risorse. I tagli di spesa lineari ne sono un esempio.

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