Italian English French German Portuguese Russian Spanish

dona ora

  • Home
  • Informazione
  • Pubblicazioni
  • La rivincita degli infermieri: sempre più importanti nel nuovo modello di assistenza

La rivincita degli infermieri: sempre più importanti nel nuovo modello di assistenza

  • Martedì, 13 Novembre 2018
  • Condividi su:
La rivincita degli infermieri: sempre più importanti nel nuovo modello di assistenza

Sulla nostra rivista, Morfologie, Serena Mingolla intervista Giulia Mangiacavalli della FNOPI - Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche.

Il ruolo e l’evoluzione che la figura infermieristica ha avuto negli anni restano sconosciuti ai non addetti ai lavori. Eppure, se per decenni l’infermiere è stato considerato solo una figura ausiliaria alla professione medica, oggi ha nuovi ruoli e competenze. Ne parliamo con Giulia Mangiacavalli.

La FNOPI sta lavorando al nuovo modello di assistenza adeguato allo scenario della cronicità. Qual è il ruolo dell’infermiere specializzato?

Le patologie croniche e la non autosufficienza sono la “guida” per il nuovo modello di assistenza che caratterizzerà il futuro del Servizio Sanitario Nazionale e gli infermieri, specializzati o no, rappresentano il jolly che dovrà fare la differenza dopo la diagnosi e l’assegnazione della terapia.

Tra le aree di specializzazione che si stanno portando avanti, quella del territorio e dell’assistenza di comunità di cui pazienti cronici e non autosufficienti fanno parte, è prevista.

Per quanto riguarda i bisogni di competenza specialistica percepiti dagli infermieri, al primo posto di un’indagine svolta nelle facoltà di Scienze infermieristiche, con il 62% di risposte positive c’è il clinical assessment di casi complessi, valutare cioè segni e sintomi di un peggioramento e interpretare parametri clinici. Gli stessi infermieri che hanno dato la valutazione chiedono un collega “specialista” con competenze cliniche, molto esperto nella gestione di pazienti e presidi complessi, con competenze organizzative, in grado di guidare i colleghi, pianificare le attività e le risorse, conoscere percorsi e protocolli di integrazione tra servizi. E che sia anche leader e sappia organizzare il lavoro, appianare i conflitti, identificare bisogni formativi, trasferire evidenze scientifiche, organizzare corsi, motivare al miglioramento dell’assistenza.

Cosa cambierà con l’infermiere di famiglia o di comunità?

L’infermiere di famiglia e di comunità è proprio quello che deve assistere principalmente le categorie più fragili. L’esempio già c’è in alcune regioni benchmark dove questa figura ha cominciato a essere prevista (ad esempio Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Piemonte e Toscana) con delibere ufficiali, prevedendone non solo ruoli e funzioni, ma anche i percorsi formativi. L'obiettivo è mantenere, e migliorare nel tempo, l'equilibrio e lo stato di salute della famiglia nella comunità, aiutandola a evitare o gestire le minacce alla salute.

Si tratta di un lavoro svolto in un team multi professionale che altro non è se non il nuovo modello di assistenza adeguato allo scenario della cronicità e non autosufficienza, per garantire un'azione snella e flessibile nella rilevazione dei bisogni, la continuità e l'adesione alle cure, la sorveglianza domiciliare e la presa in carico dell'individuo e della famiglia con l'intento di evitare inutili ricoveri, favorire la deospedalizzazione, presidiare l'efficacia dei piani terapeutico-assistenziali, allo scopo di migliorare la qualità di vita della persona nel suo contesto di vita.

Un modello nel quale si sono chiaramente espressi i cittadini attraverso i risultati dell’Osservatorio civico FNOPI-Cittadinanzattiva, chiedendo nel 78,6% dei casi di poter disporre di un infermiere di famiglia/comunità.

Cosa c’è da fare perché questo diventi una realtà?

Evidentemente, seguendo l’esempio di queste regioni benchmark, è necessario sia sviluppata una norma ad hoc, o anche un accordo Stato-Regioni che renda uniforme la previsione finora fatta da alcune, in tutte le regioni. È una questione di uguaglianza di cure e di omogeneità nell’erogazione dei servizi. Ma, ripeto, il modello c’è, come anche le delibere per prevederlo: basta solo estenderlo a tutto il territorio nazionale.

L’accordo Stato-Regioni sui “Percorsi Diagnostici Terapeutici Assistenziali (PDTA) nelle Malattie Reumatiche Infiammatorie e auto-immuni” del 2015 definisce il ruolo che l’infermiere deve avere nella gestione dei pazienti, vero case manager dell’assistenza. Qual è lo stato dell’arte rispetto a questo obiettivo in Reumatologia?

I PDTA (tutti) si stanno applicando un po’ alla volta nelle regioni, decisamente un po’ a rilento rispetto alle previsioni e alle aspettative.

A fine 2017, secondo un recente rilevamento di Cittadinanzattiva, risultano definiti a livello regionale 116 PDTA per le patologie croniche: 26 quelli per patologie cardiovascolari, 24 per quelle neurologiche, 12 per le malattie respiratorie e 10 per quelle reumatiche, appunto.

Ancora, 9 per le patologie endocrine, 8 per i percorsi riabilitativi e gastrointestinali, 5 per le patologie psichiatriche e per quelle genetiche, 4 per le renali ed oculari, 5 per altre patologie, 3 per il Parkinson.

L’infermiere nei PDTA per le malattie reumatiche, ma anche negli altri, può svolgere un ruolo determinante nella rilevazione dei dati sui quali si basa il monitoraggio dell’attività di malattia. Di non minore importanza – e il modello di PDTA per le malattie reumatiche lo sottolinea - sono le problematiche di tipo organizzativo per migliorare la compliance del paziente (gestione degli appuntamenti, rispetto degli intervalli di somministrazione, aggiornamento della documentazione clinica, pianificazione degli accessi e dei relativi carichi di lavoro).

Tutto questo naturalmente non solo in ospedale, ma anche sul territorio dove l’assistenza da parte di personale infermieristico e riabilitativo è indispensabile per quei soggetti che non diano una sufficiente affidabilità nella prosecuzione dei trattamenti

Tanto è vero che entra in ballo un team vero e proprio e, soprattutto, efficace, con altre figure che svolgono un ruolo fondamentale nella fase terapeutica e assistenziale: l’infermiere, il fisiatra e il fisioterapista e altri specialisti coinvolti nella cura delle principali comorbidità legate alle singole patologie e identificabili di volta in volta. In particolare, l’infermiere “case manager”, appunto, considerata la figura professionale in grado di garantire l’organizzazione e la gestione dell’assistenza, grazie all’attribuzione di compiti sempre più orientati in direzione specialistica “che si traduce in un netto miglioramento della qualità e della efficienza dei percorsi assistenziali”.

Come cambia il ruolo dell’infermiere con l’introduzione dei nuovi farmaci?

In questo il ruolo dell’infermiere ha assunto un particolare rilievo anche dal punto di vista organizzativo ed educativo. L’infermiere deve acquisire tutte le necessarie conoscenze relative alla preparazione dei diversi farmaci, alle caratteristiche di conservazione, preparazione e somministrazione (specie per quanto concerne i preparati somministrati per via venosa) e al monitoraggio dei parametri nel corso dell’infusione.

Non dimentichiamo che è l’infermiere il vero “guardiano” e garante della terapia, quello cioè che la somministra e verifica, nel caso della domiciliarità, che il paziente segua le indicazioni in modo appropriato. Ecco, direi che il ruolo dell’infermiere rispetto ai nuovi farmaci è proprio quello di garantire l’appropriatezza (anche grazie al controllo dei loro effetti) e la corretta esecuzione della terapia.

I medici iniziano a formarsi rispetto alla comunicazione medico-paziente. Della comunicazione infermiere-paziente non si parla ancora. Cosa ne pensa?

I medici iniziano, ma per gli infermieri la comunicazione col paziente è un dato di fatto della professione, testimoniato dagli stessi pazienti. I risultati dell’Osservatorio civico Fnopi-Cittadinanzattiva a cui accennavo prima (si tratta di dati di metà giugno), in questo senso parlano chiaro: gli infermieri sono stati definiti gentili e cortesi dall’88,34% dei cittadini ascoltati da Cittadinanzattiva, soprattutto in ospedale (85,91%), con gli anziani (57,51%) sopra i 50 anni e con chi ha patologie croniche, oncologiche o disabilità, i più fragili cioè, quelli che hanno maggiori bisogni di assistenza e salute (41,37%).

Gli infermieri hanno dedicato il tempo necessario a informare e rispondere a eventuali domande (77,76%), fornendo informazioni chiare e comprensibili (80,08%) e spiegando al paziente prima di esami, terapie e trattamenti, cosa stava per fare, gli effetti positivi dell’intervento e quelli negativi possibili come fastidio, dolore ecc. (72,20%). I pazienti hanno dichiarato anche che gli infermieri sono disponibili ad ascoltarli con attenzione e comprensione (72,24%) rispettando e tutelando la loro privacy e riservatezza (70,40%). E hanno anche “educato” il paziente/familiari a gestire la patologia e i trattamenti “con competenza e autonomia” (65,58%). D’altra parte, la nostra filosofia professionale riconosce che il tempo della comunicazione tra paziente e componenti dell'equipe assistenziale costituisce tempo di cura, come anche indicato nella legge sul biotestamento. Tutto questo quindi, nella nostra professione c’è già.

Documenti allegati

Condividi sui Social Network

APMAR

Sede Operativa:
Via Miglietta, n. 5
73100 Lecce (LE)
c/o ASL LECCE (Ex Opis)
Tel/Fax 0832 520165
Email: info@apmar.it 
PEC: apmar@legalmail.it
C.F.: 93059010756 
P.I.: 04433470756

Privacy policy



dona ora