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La narrazione: il luogo d’incontro tra il medico e il paziente

  • Martedì, 20 Novembre 2018
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La narrazione: il luogo d’incontro tra il medico e il paziente

Sulla nostra rivista, Morfologie, Raffaella Arnesano intervista Francesca Memini, responsabile della comunicazione della Società Italiana di Medicina Narrativa, Project Manager e formatrice presso TRAME Formazione. 

Che cosa è la medicina narrativa?

Si comincia subito con la domanda più temuta e il rischio di banalizzare o al contrario di entrare in complicati tecnicismi è dietro l’angolo. Potrei cavarmela parafrasando Aristotele: “la Medicina Narrativa si dice in molti modi”. Partendo dal nome: medicina narrativa o medicina basata sulle narrazioni? In Italia abbiamo optato per la prima formula, ma solo per una questione di prevalenza d’uso, mentre la seconda forse è quella che ne chiarisce meglio il senso, introducendo il concetto (anch’esso polisemico) di narrazione. E poi è “medicina” il termine corretto? Non esistono anche un nursing narrativo, una riabilitazione narrativa, un’ostetricia narrativa e via dicendo per ciascuna delle attività che rientrano nel vasto campo della cura? E ancora, a creare confusione, c’è la molteplicità delle iniziative e manifestazioni che a vario titolo si posizionano sotto il cappello di “Medicina Narrativa”: dai concorsi letterari ai calendari, dalle ricerche sociologiche ai blog dei pazienti, dai fumetti ai documentari. Non è tutta medicina narrativa in senso stretto, ma il rapporto tra narrazioni e medicina è complesso e articolato. Per cercare di essere sintetica, faccio appello alle definizioni ufficiali. Rita Charon, che della Medicina Narrativa è un po’ la madrina, parla di una “medicina fortificata dalla competenza narrativa” e la Consensus Conference del 2014 la definisce “una metodologia d’intervento clinico-assistenziale basata su una specifica competenza comunicativa, per la costruzione condivisa di un percorso di cura personalizzato”. Con queste definizioni si stabiliscono alcuni punti chiave: che l’obiettivo della medicina narrativa è clinico-assistenziale, in particolare riguarda la personalizzazione del percorso di cura; che la medicina narrativa non è una medicina alternativa o antiscientifica; che non è una disciplina a sé stante, ma è la medicina che già conosciamo, ma praticata con specifiche competenze che riguardano le narrazioni. Il medico (o l’infermiere o il fisioterapista) con competenze narrative è il medico che sa cosa fare con la storia di malattia che il paziente racconta. Che cosa fa il medico con le narrazioni? Le ascolta, le facilita, le comprende, le (ri)costruisce insieme al paziente. Un altro aspetto che emerge dalle definizioni è il ruolo del paziente nella Medicina Narrativa: esperto della malattia in senso stretto (perché la sperimenta sulla sua pelle), ha un ruolo attivo nella costruzione condivisa del percorso di cura.

Come può essere utile la narrazione nel percorso terapeutico del paziente?

Oltre ad essere indispensabile per la personalizzazione della storia di cura, non bisogna dimenticare che la narrazione è anche di per sé stessa un potente strumento terapeutico: per il paziente, narrarsi significa passare attraverso un processo di riparazione della propria identità ferita dalla malattia. La nostra identità è costruita narrativamente, la nostra biografia è il modo con cui costantemente ci raccontiamo - chi siamo, da dove veniamo, cosa sappiamo, in cosa crediamo, dove vogliamo andare - e funziona come una mappa con la quale navighiamo la vita. La malattia manda in briciole questa mappa, ci pone di fronte alla contingenza e all’imprevedibilità, alla mancanza di senso e alla perdita di controllo. Ma una mappa, per quanto fragile e sempre provvisoria, è indispensabile al nostro benessere. Per questo serve riparare lo strappo, costruire una nuova mappa, una nuova storia che integri in maniera coerente anche la malattia. È un’esigenza fortemente sentita da molte persone che soffrono, quella di raccontarsi attraverso libri, blog, con la voce o con le azioni. E lasciare una testimonianza è un modo per recuperare un ruolo attivo, che non rifiuta la malattia, per rompere la solitudine a cui la sofferenza ci relega.

Può essere la medicina narrativa un punto di incontro tra medico e paziente?

Assolutamente sì, perché la medicina narrativa si fa nella relazione. Parlavo della funzione “terapeutica” e riparativa della narrazione che non si realizza nella solitudine ma è sempre calata in un contesto relazionale e culturale ed è sempre un appello, una richiesta di ascolto e di condivisione e partecipazione nella costruzione di significato. “La mia storia si è rotta, aiutami ad aggiustarla” chiede il paziente al medico. La storia di cura è narrata a più voci, co-costruita in una continua negoziazione di significati. Il medico attraverso l’ascolto della storia di malattia, accede a un sapere idiografico (che riguarda quel singolo paziente) e mette in campo il suo sapere logico-scientifico e la sua personale esperienza di clinico e di persona. In questo modo la medicina scientifica si adatta all’individuo contesto di vita della persona, al suo mondo vissuto, al suo linguaggio, al suo sistema di valori. In questo modo la cura si fa insieme, non si subisce.

Cosa succede se diminuisce la fiducia tra il medico e il paziente?

La fiducia tra medico e paziente è già diminuita: aggressioni fisiche e verbali, cause legali e medicina difensiva sono problemi sempre più all’ordine del giorno. E che dire di tutto il caos intorno ai vaccini? Si tratta di una situazione più ampia, credo faccia parte del nostro contesto storico-culturale, e che non riguarda soltanto la medicina: è la fiducia nell’esperto a essere crollata e quello che vediamo prevalere è lo scontro sempre più polarizzato tra “narrazioni” contrastanti. Il paziente che considera tutti i medici corrotti da Big Pharma e il medico che dà dei cretini e ignoranti ai pazienti che non si sottomettono alla sua autorità. Sono entrambe narrazioni della realtà: non riportano i fatti, ma un punto di vista sui fatti; hanno entrambe motivazioni identitarie e veicolano emozioni forti, solo che queste narrazioni sono pericolose. Dalle narrazioni, però, non si fugge, siamo immersi nelle narrazioni come i pesci nell’acqua, scrive Gotschall: proprio per questo serve una competenza specifica. Per ricostruire la fiducia serve la capacità di negoziare narrazioni condivise, invece che alzare barricate tra narrazioni contrapposte. Credo che questo sia più facile nel rapporto faccia a faccia: il dialogo nasce dal riconoscimento del volto dell’altro. Il volto come luogo dell’incontro, dell’epifania dell’altro, secondo le parole di Levinas: riconosco in quel volto un’altra soggettività, una persona diversa da me che, come me, cerca di dare senso al mondo, cogliendo solo una parte della complessità, sbagliando talvolta e facendo scelte che non sono mai completamente guidate dalla razionalità. Ma le premesse sono le stesse anche nel dibattito pubblico: ascolto attento e rispetto per il punto di vista dell’altro, umiltà, empatia, consapevolezza delle proprie precomprensioni e pregiudizi, immaginazione e creatività.

È un approccio condiviso dai medici?

Non ho dati precisi e il campione dei professionisti della salute con cui vengo in contatto io – per lo più durante corsi di formazione – non può essere considerato rappresentativo. La sensazione è che ancora in molti non sappiano di preciso che cos’è la medicina narrativa e siano dubbiosi sulla sua utilità. Tra quelli che ci credono e partecipano ai corsi spesso c’è un senso di frustrazione legato alla tirannia del tempo, ai vincoli imposti dalla burocrazia e alla richiesta pressante di portare dei risultati immediati e quantificabili.

Quanto è importante formare i medici all’utilizzo di questo approccio?

Visto che viviamo immersi nelle storie sarebbe meglio per tutti imparare a nuotare! Ma per il medico c’è un dovere in più. Credo che si tratti di un punto cruciale: la formazione alle competenze narrative, ma anche in senso più lato a tutte le competenze comunicative e alle medical humanities è indispensabile, perché il medico non si limita a trattare le malattie, ma si relaziona con le persone che soffrono di queste malattie. La dimensione simbolica della cura e quella etica dovrebbero tornare al centro di una professione che non si risolve in una tecnica. Non è qualcosa di eludibile, perché in maniera più o meno consapevole o competente, utilizziamo le narrazioni nella relazione e, se una buona storia di cura può rendere la medicina più efficace, una cattiva storia di cura può anche danneggiare e nuocere alla salute e al benessere della persona. La formazione - una formazione di qualità, finalizzata ad acquisire competenze comunicative meglio se narrative - dovrebbe entrare nelle università e non essere limitata all’iniziativa dei singoli, per non insegnare una medicina monca e incompleta.

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